La macchina che rimuove la plastica dal Pacifico

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La macchina che rimuove la plastica dal Pacifico

La macchina che rimuove la plastica dal Pacifico

Il progetto è nato dall’idea di Boyan Slat un olandese di 24 anni che ha lasciato gli studi e ha raccolto oltre 30 milioni di euro per raggiungere il suo obiettivo in cinque anni: costruire una macchina per pulire l’oceano.lunedì 17 febbraio 2020

Da LAURA PARKER
FOTOGRAFIA DI RANDY OLSON, NAT GEO IMAGE COLLECTION
Nel settembre 2018 la campagna per liberare gli oceani dai rifiuti di plastica ha avuto un punto di svolta quando un enorme “spazzino” galleggiante ha lasciato San Francisco per ripulire l’isola di plastica chiamata Great Pacific Garbage Patch. Nel corso del tempo questo strumento è stato sottoposto agli ultimi test e ha affrontato alcune grandi domande: la tecnologia potrà prevalere sulla natura? Gli ingegneri di The Ocean Cleanup in Olanda hanno davvero inventato il primo metodo praticabile per estrarre grossi quantitativi di scarti plastici dal mare?

O la furia del Pacifico ridurrà la barriera in pezzi, trasformandola a sua volta in un rifiuto di plastica? Oppure, anche se le tempeste del Pacifico non dovessero fagocitarla, la barriera attirerà animali marini, come delfini e tartarughe, che ci rimarranno incastrati? “Non credo che funzionerà, ma lo spero” dice George Leonard, scienziato capo di Ocean Conservancy. “L’oceano ha bisogno di tutto l’aiuto possibile”.

Il progetto è nato dall’idea di Boyan Slat un olandese di 24 anni che ha lasciato gli studi e ha raccolto oltre 30 milioni di euro per raggiungere il suo obiettivo in cinque anni: costruire una macchina per pulire l’oceano. Slat ha avuto l’ispirazione dopo un viaggio in Grecia, dov’era stato da teenager per fare delle immersioni: si imbatté in così tanta plastica che decise di fare della pulizia del mare la propria missione.

Tornato in Olanda ha abbandonato i suoi studi di ingegneria aerospaziale alla University of Technology di Delft per fondare la no-profit Ocean Cleanup, del quale è ora amministratore delegato con uno staff di 65 ingegneri e scienziati.

Finora l’idea di Slat ha ottenuto numerosi elogi e critiche aspre. Ha ottenuto l’encomio del re di Norvegia, il più importante premio ambientalista delle Nazioni Unite e il suo nome compare su diverse classifiche – compresa una del magazine Forbes – di giovani imprenditori. Si è anche preso una ramanzina dagli scienziati per aver sottostimato i potenziali rischi che la tecnologia potrebbe porre alla fauna marina.

Miriam Goldstein, direttrice delle politiche del mare al Center for American Progress, think-tank progressista di Washington, nonché scettica da molto tempo su questo progetto, sostiene che la barriera potrebbe imitare un dispositivo progettato per aggregare i pesci, conosciuto come FAD e usato dai pescatori per portare i pesci d’altura verso un’area centrale perché possano essere catturati più facilmente. Se i pesci si radunano nei pressi dello strumento pensato da Slat, potrebbero a loro volta attirare animali marini e rimanere intrappolati.

“Ogni volta che c’è un oggetto galleggiante di dimensioni accettabili, i pesci amano radunarcisi intorno”, dice. “La barriera diventerà sicuramente un FAD. Per i pesci questo non è un male di per sé, ma non sappiamo quali effetti avrà”.

Il prototipo di Ocean Cleanup North Sea il 22 giugno 2016 nelle acque de L’Aja.

Il prototipo di Ocean Cleanup North Sea il 22 giugno 2016 nelle acque de L’Aja.
FOTOGRAFIA DI MICHEL PORRO, GETTY IMAGES

Pulire o prevenire?

Andando più alla radice, alcuni sostengono che il progetto stia deviando l’attenzione su quello che è considerato il metodo più significativo ed efficace anche in termini di costi per salvare gli oceani: impedire che i rifiuti di plastica ci finiscano dentro.

“Quello che galleggia sulla superficie dei vortici oceanici è solo il tre per cento della plastica che entra negli oceani ogni singolo anno” dice Eben Schwartz, program manager per i rifiuti in mare al California Coastal Commission. “Capisco che la gente sia affascinata da questo nuovo scintillante oggetto. Ma è una specie di soluzione digitale a un problema analogico. La soluzione al problema della plastica in mare si trova sulla terraferma”.

Schwartz e Leonard si riferiscono alla campagna di pulizia delle spiagge del 15 settembre sponsorizzata da Ocean Conservancy, che ha portato a un’azione a livello internazionale: sono stati raccolti quasi 10 milioni di chili di immondizia in oltre cento nazioni. La California Coastal Commission ha recuperato tra i 350 e i 450.000 chili di immondizia dalle spiagge della California.

In un’intervista a National Geographic Slat ha ribadito la sua visione di lungo periodo secondo la quale la prevenzione è il primo passo per proteggere gli oceani. “Credo debba essere chiaro che l’umanità possa fare più di una cosa alla volta” dice. “Ma la plastica non se ne andrà da sola dagli oceani. Troviamo pezzi di plastica che risalgono agli anni Sessanta e Settanta: quindi credo sia ovvio che dobbiamo fare l’uno e l’altro. Non è incoraggiante se l’unica cosa che possiamo fare è non peggiorare la situazione”.

L’immondizia di plastica si accumula nei vortici oceanici, che sono grandi sistemi di correnti circolari. Il Pacific Garbage Patch, che si accumula nel Vortice subtropicale del nord Pacifico, è l’assembramento più vasto e più famoso di immondizia galleggiante. Più che un appezzamento, però, è una zuppa di plastica: non c’è una superficie solida sulla quale poter stare in piedi. Per la maggior parte è composta da microplastiche: plastiche ridotte a minuscoli pezzettini dalla luce solare e dalle onde. Il team di scienziati di Slat stima che l’isola di plastica contenga anche circa 79.000 tonnellate di attrezzature da pesca.

SOPRAVVIVERE ALLA BARRIERA

Sopravvivere sulla barriera
SOPRAVVIVERE SULLA BARRIERA

Il progetto è tutto

Il progetto del sistema di pulizia di Slat ha subito diversi cambiamenti. All’inizio avrebbe dovuto essere legato al fondale oceanico, ma quest’idea è stata scartata a favore dell’attuale progetto che prevede un sistema di galleggiamento passivo.

Fisicamente il sistema consiste in un tubo di polietilene di 1,2 metri di diametro e 600 di lunghezza. Si adagia sulla superficie dell’oceano formando una U, con una falda a mo’ di barriera che pende sotto alla superficie.

Si muove lentamente nell’acqua, guidato dalle correnti e dai venti e riesce a catturare sia la plastica in superficie sia quella fino a circa tre metri di profondità. Se il sistema funzionerà come previsto, verranno rilasciate in mare altre 60 barriere.

Se tutto andrà come è stato pianificato, nel primo anno dovrebbe raccogliere tra i 45.000 e i 68.000 chili di plastica. L’intera flotta di 60 dispositivi – che saranno più grandi – cattureranno oltre 13 milioni di chili di plastica in un anno, secondo le stime di Slat.

Il sistema è equipaggiato anche con luci e un sistema anti-collisione per evitare che le navi ci si schiantino contro. Videocamere, sensori e satelliti consentono ai manager del progetto di gestirlo. Slat aggiunge che una volta raccolta, la plastica verrà caricata su una nave che la porterà in California e, da lì, in Europa verso i clienti di Ocean Cleanup.

“È piuttosto entusiasmante vederlo prendere vita” dice Slat. “Ma dobbiamo ancora farlo e siamo appena partiti. Il momento che attendo di più è quello in cui riporteremo indietro il primo carico di plastica. Allora potremo dire che sarà una tecnologia collaudata. Sono molto fiducioso sul fatto che siamo stati in grado di eliminare ogni rischio che potevamo eliminare prima di raggiungere l’isola di plastica. Ho buone sensazioni sulle nostre possibilità di successo”.

Le sfide che rimangono, aggiunge, sono difficili da prevedere. Una domanda è: quanta plastica riuscirà a catturare il sistema? L’obiettivo dichiarato di Ocean Cleanup è di ripulire fino al 50% dell’isola di plastica nel giro di cinque anni.

“È bello che ci sia questo sistema di pulizia, ma se non raccoglie nessun pezzo di plastica, non è molto utile. Quanto è efficace il sistema, fino a quale soglia riesce a raccogliere rifiuti e qual è il pezzo più piccolo che siamo in grado di acchiappare? Speriamo di avere risposta a queste domande fondamentali già nel giro dei primi mesi” continua Slat.

La sfida finale, dice ancora, è quella della sopravvivenza. Gli ingegneri di Ocean Cleanup hanno progettato il dispositivo per sopravvivere a una tempesta di dimensioni tali che si potrebbe verificare ogni 100 anni. Il fatto che il sistema sia progettato per consentire alle onde di attraversarlo significa che non avrà bisogno di dover assorbire la loro energia distruttiva.

“È in grado di cavarsela nelle peggiori condizioni possibili sulla faccia della Terra? I venti, le onde, le correnti oceaniche, il sale, la corrosione – ci sono tutte queste diverse forze distruttive che ci giocano contro”.

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